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Il mito delle «protesi» tecnologiche

  • 12.03.2019

Oggi ci troviamo di fronte ad un’idea di conoscenza «accessibile», costantemente a disposizione di tutti e ovunque: «Senza barriere, gestibile, pluralista, economica» sono tutti aggettivi con connotazioni positive. Purtroppo, questo nuovo paradigma si basa su alcune fraintendimenti ingenui.

Gianluca Braga & Deli Salini, EP 1/2019

«La digitalizzazione dei processi di apprendimento? Una specie di condanna.» Con luci e ombre, ma inevitabile e certa. Perché se ne può fare «di più», a più individui, spendendo «di meno». Così è sostanzialmente descritta la formazione digitale da responsabili delle risorse umane e manager di 45 aziende multinazionali che operano in Italia (Braga, 2017). La metodologia digitale impegna non più del 20 % dell’investimento in formazione delle aziende consultate, ma crescerà sempre più perché «è efficace», consente di «raggiungere un target più ampio» e favorisce «un maggiore risparmio».

Sono dati che si trovano ampiamente confermati in letteratura: il mercato mondiale dell’e-learning passerà dai 165 miliardi di dollari del 2015 a 240 miliardi nel 2023; il mobile learning segnerà nei prossimi anni una crescita stimata del 36,3 %. Nel 2025 il 75 % dei lavoratori negli Stati Uniti saranno «millennials», e apprenderanno prevalentemente attraverso i social.

Una tale rivoluzione è giustificata da molti presunti vantaggi: «tramite l’e-learning si abbattono i costi della formazione e si ottengono buoni risultati in minor tempo». Le persone «desiderano seguire corsi rilevanti … ma vogliono poterli affrontare con il proprio ritmo, utilizzando il dispositivo digitale preferito. Non amano essere valutati, ma preferiscono … verificare passo a passo le competenze acquisite».

Verso una «nuova» conoscenza?

In tale panorama, come cambia il rapporto tra individuo e conoscenza? A nostro parere, imparare al di fuori dei contesti tradizionali comporta un ripensamento dei concetti di apprendimento e di sviluppo delle competenze. L’esito psicologico e sociale di una tale trasformazione corrisponde a una nuova concezione della conoscenza.

Ci troviamo di fronte oggi a un’idea di co­noscenza «accessibile», che tracima dai contesti accademici cui era tradizionalmente confinata ed è costantemente disponibile a chiunque e ovunque: non esistono blocchi né prerequisiti per fruire delle informazioni, per partecipare a lezioni di astrofisica del MIT o consultare la Bibbia in Aramaico.

Una conoscenza dunque «maneggevole»; che non richiede la fatica della memorizzazione ed è a disposizione su dispositivi che ci portiamo appresso. Niente più ore a ripetere la poesia, a «provare la lezione».

Una conoscenza «laica e pluralista», che ammette determinate informazioni ma anche quelle esattamente contrarie: sul web si possono trovare in egual modo fonti a favore delle teorie evoluzioniste o di quelle creazioniste.

Una conoscenza infine «economica», dal valore relativo, come tutto ciò che è facilmente disponibile. L’offerta è davvero molto ampia ma la domanda appare limitata: ci interessa accedere solo a ciò che ci dà ragione e conferma le nostre convinzioni.

«Accessibile, maneggevole, pluralista, economica»: sono tutti aggettivi che hanno una connotazione positiva. Pertanto, la nuova cultura della conoscenza avrebbe solo meriti e porterebbe a grandi vantaggi. Purtroppo questo nuovo paradigma si basa però su alcuni ingenui errori interpretativi.

Il primo ha a che vedere con il tempo. L’apprendimento non è «economico»: ha sempre richiesto e ancora richiede tempo. Non certo le 10’000 ore proposte dagli studi di Ericsson sui violinisti dell’Accademia Musicale di Berlino (Gladwell, 2008), ma imparare necessita un’estensione temporale che, peraltro, non è garanzia di successo.

Una conoscenza più rapida e accessibile?

Oltre al tempo, due sono gli ulteriori ingredienti a sostegno dell’apprendimento: la motivazione e la capacità di apprendere. Senza una spinta interiore, poggiata su un forte interesse o «passione», unitamente ad aspetti di perseveranza e la capacità di affrontare e superare i piccoli/grandi fallimenti dell’apprendere, non riusciremmo a sviluppare l’esperienza necessaria per acquisire competenze di una qualche complessità. Ci arrenderemmo troppo presto.

Il sapere è solo apparentemente pluralista e «per tutti»: premia coloro che più amano quella disciplina, tanto da spingerli a perseverare e crescere, anche e soprattutto nei momenti più difficili, nei fallimenti. In questo senso, la co­noscenza è «elitaria»: è maggiore in chi ha maturato maggiori esperienze.

Ma «ripetere per 50 anni lo stesso errore non può chiamarsi esperienza», diceva Gualtiero Harrison, professore di Antropologia Culturale all’Università di Padova. Per apprendere devo fare e capire. Riflettendo su ciò che faccio o che mi accade, e provando a sperimentare ciò che ho capito; in un continuo ciclo che colleghi il pensiero con l’azione, la teoria con la pratica. Apprendere significa attivare movimenti psichici ed emotivi non casuali.

La conoscenza non è quindi così «maneggevole» e «accessibile»: necessita di un’architettura che tenga conto di cosa già conosco e che sappia articolare passaggi, strategie – l’imitazione, i rinforzi, il riconoscimento degli errori, il gioco («gamification») – che meglio consentano di fare reali esperienze di apprendimento.
In altri termini, le scienze dell’apprendimento (o dell’educazione/formazione) sono discipline non scontate; senza di esse, si può fare molta più fatica a sviluppare conoscenza, o non riuscirci del tutto.

I tempi del digitale sono i tempi dell’apprendimento?

Il digitale non rende l’apprendimento «pluralista», perché rimane in capo ad una «élite di appassionati»; non lo rende così «maneggevole» o «accessibile», perché ha comunque a che fare con la persona e i suoi modi di imparare. E non è così «economico», se richiede tempo ed energie.

Dobbiamo quindi concludere che la tecnologia digitale non potrà modificare il nostro rapporto con la conoscenza? Che non porterà rapidamente il sapere in ogni persona, come vorremmo credere. Sì. E no, al tempo stesso. L’apprendimento si fonda sulla natura stessa dell’individuo che non è sostituito da «protesi tecnologiche». Ma in quanto estensione delle capacità umane, il digitale è un’enorme occasione per facilitare la nostra crescita e favorire un pieno sviluppo del potenziale umano.

La trasformazione culturale in tema di conoscenze dovrà – a sua volta! – apprendere come utilizzare al meglio le tecnologie – attuali e future – considerando i modi specifici dell’imparare, con l’obiettivo di mettersi al servizio di un apprendimento «più accessibile», perché prossimo e familiare; rendendo «più maneggiabili» idee e conoscenze complesse, attraverso l’utilizzo di mediatori comunicativi che facilitino comprensione e acquisizione; consentendo infine a una pluralità di persone di accedervi, realizzando un’auspicata «società della conoscenza».

Se questo sarà davvero possibile, non è la discutibile questione dei «costi» a poter fermare un tale progresso.

Gianluca Braga è psicologo ed esperto in formazione degli adulti. Collabora con l’Università Cattolica di Milano e con l’Istituto universitario federale per la formazione professi­onale, sede di Lugano e con Choralia, società che si occupa di sviluppo delle risorse umane e di formazione in azienda.

Deli Salini ha un dottorato in Scienze dell’Educazione ed è specializzata in formazione degli adulti. Lavora come ricercatrice senior e docente di Scienze della Formazione presso l’Istituto universitario federale per la formazione professionale, sede di Lugano.

Illustrazione: Christina Baeriswyl