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Un’offerta più ampia e completa per tutti

  • 17.06.2019

Nadia Bregoli è direttrice dei servizi centrali e delegata per la formazione continua della Scuola Universitaria della Svizzera italiana (SUPSI). Laureata in scienze politiche e relazioni inter­nazionali, vanta un’ampia esperienza nella consulenza manageriale per lo sviluppo strategico e aziendale.

Intervista Paolo Cortinovis (Rete Tre – RSI), EP 2/2019

Evoluzione tecnologica, mobilità crescente, rapidità dei cambiamenti: le trasformazioni in atto nel mondo del lavoro e sul piano sociale ci portano a rivedere continuamente le nostre certezze. Bisogna ripensare anche il ruolo della formazione continua?
Nadia Bregoli: Più che ripensato, il ruolo della formazione continua va valorizzato. Dovendo rispondere alle esigenze di cambiamento che arrivano da tutte le parti, la formazione continua ha già in sé quella componente di dinamicità che la porta a rimettersi in gioco continuamente. Bisogna però valorizzarla, come attrattore e leva per creare degli incentivi di promozione di un nuovo welfare. Accompagnando la persona lungo l’arco di tutta la vita in un percorso esteso, con traiettorie di ampliamento e aggiornamento delle competenze, la formazione continua esprime la sua funzione di ascensore sociale. E stimolando l’individuo a rimettersi in gioco costantemente può diventare un fattore di benessere che previene e anticipa situazioni di disagio socioeconomico.

Lei accenna alla funzione di ascensore sociale: i dati statistici svizzeri evidenziano però che le persone con un grado di formazione basso – le quali potrebbero fruire maggiormente dei benefici della formazione continua - non la sfruttano ancora a sufficienza. Bisogna cambiare l’offerta?
Si può sempre migliorare, ma più che un cambiamento dei corsi e dell’offerta formativa (che penso sia già promossa da tutti gli attori del settore) credo sia necessario cambiare l’approccio e mostrare l’integrazione dei tanti attori coinvolti. Troppo spesso manca una guida, un riferimento.  Abbiamo dei percorsi molto ben disegnati di filiera professionale, accademica, dal basso verso l’alto … ma forse quello che manca è il disegno e l’esplicitazione di quelle transizioni possibili in modo orizzontale e trasversale, per portare una persona che parte da uno scalino basso ad arrivare non necessariamente in alto(perché non è solo una questione di livelli e gerarchie) ma anche a cambiare completamente il proprio settore. Tutti gli attori del sistema devono partecipare a questo «gioco» di informazione.

Riuscire a tener conto di tutto questo in una sorta di disegno globale risulta però un po’ paradossale, considerato che i singoli percorsi stanno di­ventando sempre più complessi e individualizzati …
Senza voler banalizzare, ma è un po’ come andare al ristorante e avere a disposizione il menù più completo possibile, aggiornato e accessibile. Non dimenticando che c’è anche una responsabilità individuale del singolo: non è solo compito dello stato e del datore di lavoro, ognuno deve fare la sua parte. Quello della formazione continua è un viaggio, non una meta come la si considerava forse troppo spesso in passato. Esattamente come in un viaggio turistico ci vogliono delle guide che accompagnino la persona e che la informino sulle varie possibilità, in modo che ciascuno possa poi esplorare e muoversi autonomamente. È un fattore culturale che sta nascendo e che va favorito già dalle scuole primarie, portando i ragazzi
a essere curiosi, a guardare oltre i propri orizzonti o l’ambito trattato in quel dato periodo.

Proviamo anche noi a guardare oltre, immaginando come sarà la formazione continua nel 2040: attestati e diplomi avranno lo stesso valore di oggi?
Diplomi e certificati credo che continueranno a mantenere un loro ruolo di garante della qualità e della reputazione. Ma i certificati classici (legati per esempio al contesto accademico o a quello della formazione professionale) saranno sempre più spesso affiancati da titoli cosiddetti nano, micro e meso. È un’innovazione che apre al discorso della trasversalità e dell’offerta più ampia e com­pleta per tutti. Accanto ai titoli diventerà inoltre importante misurare la capacità e l’attitudine di un individuo ad apprendere e a mettersi in gioco. Questo «quo­ziente di apprendimento» (Learning Quotient) considera la formazione formale ma anche quella informale, e costituirà in futuro il valore differenziale per la scelta di un candidato. E poi ovviamente c’è l’esperienza: questo è un tema su cui le scuole universitarie professionali stanno investendo parecchio. Come dare un valore e come testimoniare la qualità dell’esperienza? Per farlo servono strumenti di valutazione piuttosto estesi che considerino i percorsi intrapresi dalla persona, le esperienze professionali ma anche quelle personali e sociali.

Ha fatto accenno ai cosiddetti Nanodegrees, proposti per esempio dalla piattaforma di apprendimento Udacity. Lei li ritiene una forma di concorrenza o andranno integrati nelle offerte di una scuola come la SUPSI?
Non credo si tratti di una con­correnza, anzi. Per delle scuole universitarie professionali rappresenta uno stimolo, perché vuol dire ascoltare ancora maggiormente i partner aziendali, istituzionali e organizzativi per andare incontro alle loro esigenze, e riuscire così ad attestare competenze molto peculiari. I nanodegrees sono già oggi utilizzati nel campo informatico e sanitario, dove sono richieste competenze di questo tipo. Ma anche le scuole uni­versitarie professionali possono e potranno offrire nanodegrees: li vediamo come uno stimolo ad ampliare e diversificare ancora di più i nostri percorsi.

Nei prossimi anni i lavoratori saranno sempre più i millennials e la generazione Z, già oggi abituati a informarsi e ad apprendere attraverso i social e i video in rete. Mobile learning, tutorial e video on demand sono modalità che rivoluzioneranno la formazione continua?
Se viste in chiave additiva sicuramente sì, perché permettono di soddisfare alcune esigenze di erogazione dei contenuti forma­­-tivi (in pillole ad esempio) che hanno la funzione di effetto ricordo. Nel campo delle lingue, ma anche nella promozione dello sport e dell’attività fisica, le applicazioni mobili già oggi sono molto utilizzate e in futuro faranno parte della formazione continua. Saranno però solo una delle forme adottate, bisognerà tenerne conto allo stesso modo del­la gamification, dei giochi. La chiave sta in questo: sapersi aggiornare nell’offerta e adattare la formula tenendo conto delle innovazioni tecnologiche e socioculturali per integrarle nella proposta di offerta formativa, senza dimenticarci che non potrà essere tutto solo virtuale! Il valore di una formazione – a maggior ra­gione se continua – è dato anche dallo scambio relazionale in presenza. La combinazione tra formazione in presenza e a distanza permetterà di perso­nalizzarle l’esperienza, e quindi di andare incontro alle diverse esigenze delle persone.

Nell'ultimo numero troverete varie opinioni sul futuro della formazione continua (illustrazione: Christina Baeriswyl).