Quando si parla di Future Skills, non si tratta tanto di competenze concrete quanto piuttosto di sfruttare le opportunità di plasmare il futuro. È questa l’opinione di Helen Buchs, responsabile del think tank TRANSIT, che illustra il concetto in un articolo approfondito.
Testo: Helen Buchs
Quasi nessun altro termine nel campo dell’istruzione è attualmente così presente e, al contempo, richieda così tante spiegazioni come “Future Skills”. Questa definizione la ritroviamo regolarmente in contesti diversi: nelle aziende, nelle università, nei corsi di formazione continua e nei documenti strategici. Spesso, il concetto di “Future Skills” sottintende che le persone debbano diventare più digitali, più agili, più adattabili e più disposte ad apprendere. Alla luce dell’avvento dell’intelligenza artificiale, dell’automazione e della rapida evoluzione dei profili professionali, ciò è comprensibile. Tuttavia, questa interpretazione è riduttiva. Le “Future Skills” sono più di un elenco di nuove competenze che devono essere acquisite il più rapidamente possibile per stare al passo con il cambiamento. Il loro vero potenziale sta nel considerare il futuro non solo come una sfida, ma come uno spazio da plasmare.
Molti dei contenuti oggi discussi nell’ambito delle “Future Skills” non sono del tutto nuovi. Nell’ambito dell’istruzione, dello sviluppo del personale e della ricerca sul mercato del lavoro, singole competenze considerate “Future Skills” sono già state trattate con altre denominazioni. Ad esempio come competenze chiave, competenze trasversali, “21st Century Skills” o competenze di trasformazione. La novità non risiede quindi tanto nelle singole competenze in sé, quanto nel loro raggruppamento in una prospettiva esplicitamente orientata al futuro. Ciò sposta il punto focale: non si tratta più principalmente di reagire alle esigenze attuali, ma di mantenere la capacità di giudizio e di agire in situazioni aperte, incerte e contraddittorie.
Priorità diverse
Uno sguardo ai quadri di riferimento esistenti mostra quanto sia già ampio questo dibattito. Essi pongono, infatti, priorità diverse e si basano su concezioni differenti riguardo al futuro che si intende preparare o rendere possibile. Mentre, ad esempio, il World Economic Forum (WEF) si concentra fortemente sul mercato del lavoro e sugli sviluppi economici, il quadro di riferimento del Consiglio d’Europa sulle competenze per una cultura democratica pone l’accento su altri aspetti come: i diritti umani, la democrazia, la partecipazione e la convivenza in società culturalmente diversificate. In questo modo chiarisce che le competenze del futuro toccano sempre anche questioni di responsabilità sociale.
Questa prospettiva è fondamentale. Se il concetto di “competenze del futuro” viene inteso solo come un programma di adattamento, si crea rapidamente l’impressione che le persone debbano soprattutto diventare più veloci, più resilienti e più “produttive”. In tal caso, l’istruzione diventa una reazione alle pressioni. Ma le questioni decisive per il futuro non sono solo: quali competenze richiederà il mercato del lavoro di domani? Oppure: quali tecnologie dobbiamo padroneggiare? Bensì anche: quale tipo di futuro vogliamo rendere possibile? Come vogliamo lavorare, imparare, decidere, assumerci responsabilità e convivere gli uni con gli altri?
Mettere in discussione le narrazioni
Chi si occupa di quadri di competenze dovrebbe quindi anche mettere in discussione in modo critico le narrazioni esistenti. Queste definiscono i limiti dell’immaginabile e contribuiscono a determinare quali futuri appaiano possibili e quali vengano esclusi. E poiché gli sviluppi sociali seguono un andamento dinamico, anche i quadri di riferimento delle competenze devono essere costantemente rivisti e perfezionati. Non dovrebbero quindi limitarsi a reagire ai cambiamenti prevedibili, ma aiutare a immaginare scenari diversi e a contribuire a plasmare gli sviluppi futuri.
In questo contesto, il concetto di “Future Skills” risulta particolarmente produttivo se non viene inteso come l’ennesimo elenco di competenze. Gli elenchi possono fornire un orientamento, ma nascondono il rischio di scomporre il futuro in singoli requisiti da spuntare. Questo contraddice proprio l’essenza del concetto. Le “Future Skills” non sono tanto un catalogo preconfezionato quanto un invito a ridefinire la formazione: come capacità di orientarsi e di plasmare un futuro aperto.
La formazione continua sulle “Future Skills” non dovrebbe quindi servire principalmente all’auto-ottimizzazione, ma consentire un contributo significativo al cambiamento sociale. Invece di partire da un’immagine uniforme del futuro, può contribuire ad accogliere diverse realtà di vita e visioni del futuro. Allo stesso tempo, può riconoscere che il futuro non è né lineare né univoco. Per questo motivo sono necessari spazi di apprendimento in cui sia possibile elaborare le ambiguità, mettere in discussione le ipotesi e sperimentare nuovi modi di pensare.
La formazione continua come luogo di preparazione al futuro
Molto di questo avviene già nella formazione continua. Le persone non frequentano corsi di formazione continua solo per acquisire nuove conoscenze. Confrontano prospettive, riflettono sul proprio ruolo, affrontano sfide concrete e sviluppano nuovi modi di pensare e di agire. La formazione continua è quindi da tempo un luogo in cui si sviluppa la preparazione al futuro.
Allo stesso tempo, ciò avviene spesso in modo implicito. Questo è anche quanto evidenzia lo studio “Future Skills in der Weiterbildung” (Future Skills nella formazione continua) dell’Istituto tedesco per la formazione degli adulti (Deutschen Instituts für Erwachsenenbildung). I risultati mostrano che le Future Skills svolgono già un ruolo rilevante nella pratica della formazione continua, ma che il termine stesso spesso non viene utilizzato esplicitamente. Tali competenze vengono piuttosto affrontate attraverso contenuti, concetti didattici e approcci metodologici. Se la formazione continua rende più visibile questo lavoro implicito sulle competenze del futuro, cambia anche la visione della sua missione. Essa non si limita allora a trasmettere competenze, ma apre spazi in cui le persone possono riflettere sul proprio ruolo in futuri possibili.
Per questo, tuttavia, dobbiamo intendere il futuro in modo diverso: non in primo luogo come una previsione, ma piuttosto come una questione di progettazione. Quali capacità diventeranno importanti dipende anche dal futuro a cui aspiriamo come società. La domanda cruciale non è quindi: quali competenze dobbiamo acquisire per essere all’altezza del futuro? Ma, in senso più ampio: quale futuro vogliamo rendere possibile con le nostre capacità? È proprio qui che risiede la forza del concetto di “Future Skills”. Esso invita non solo ad attendere il futuro, ma anche a contribuire a plasmarlo.
Questo articolo è stato pubblicato nell’supplemento Fokus Future Skills della Smart Media Agency.

