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La rivista specializzata che mette al centro la formazione continua

“Education Permanente” in ogni suo numero affronta un tema legato alla formazione continua. Gli autori e le autrici mettono in luce alcuni aspetti della tematica. I loro contributi sono ricerche, informazioni e riflessioni critiche e/o controverse sui temi in oggetto.

Il valore aggiunto

Nel corso di una formazione continua –anche professionale - accade molto di più che il semplice trasferimento di conoscenze. L'attuale numero di "Education Permanente" analizza in cosa consiste questo di più, questo "valore aggiunto".


Quando oggi parliamo di formazione continua, spesso ci riferiamo esclusivamente alla formazione professionale e, naturalmente, intendiamo la formazione continua soprattutto come strumento di sviluppo professionale. In molti casi è effettivamente così, ma ciò che dimentichiamo è che qualsiasi formazione continua- anche quella professionale - è più di una semplice conoscenza in un determinato settore professionale. Ma in cosa consiste questo "valore aggiunto", di cui solitamente non si tiene conto quando si decide di seguire un determinato corso di formazione continua? E quanto è importante?
Una risposta a queste domande può essere trovata, per esempio, quando si guardano i cambiamenti personali dei partecipanti a una formazione continua. Infatti, in relazione alla formazione i modelli sociali sono spesso messi in discussione e vi è una riflessione anche sui piani di vita personali. Anche la percezione del tempo cambia: decelera diventando un’alternativa al paradigma dell'aumento e dell'ottimizzazione che ci domina nella vita di tutti i giorni.


L'attuale numero della rivista specializzata "Education Permanente" esplora questi influssi sulla formazione continua mostrandone il valore aggiunto, spesso non voluto.


L'intenzione delle aziende è quella di ottenere un valore aggiunto dai propri dipendenti inviati a seguire una formazione continua. Di solito viene descritto come "ritorno d'investimento". Tuttavia, non è raro che questo ritorno d'investimento vada perso, o addirittura diventi un risultato negativo, perché le aziende non riescono a trarre le giuste conclusioni organizzative dai dipendenti che tornano al lavoro dopo la formazione. La nostra rivista fornisce un contributo critico anche su questo aspetto traendo spunto dall’esperienza pratica.

 

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L’importanza dell’esperienza olivettiana oggi

Adriano Olivetti (1903–1960) sperimenta l’idea di fabbrica come idea di Comunità, fondata sulla partecipazione democratica alla vita dell’impresa e, come tale, vuole diventi una fonte di rinnovamento sociale, economico, politico e intellettuale da allargare al territorio circostante. Per la sua lungimiranza e il suo pensiero è ancora oggi considerato un visionario che ci ha lasciato in eredità innumerevoli esempi di buone pratiche.


Un’offerta più ampia e completa per tutti

Nadia Bregoli è direttrice dei servizi centrali e delegata per la formazione continua della Scuola Universitaria della Svizzera italiana (SUPSI). Laureata in scienze politiche e relazioni inter­nazionali, vanta un’ampia esperienza nella consulenza manageriale per lo sviluppo strategico e aziendale.


Il mito delle «protesi» tecnologiche

Oggi ci troviamo di fronte ad un’idea di conoscenza «accessibile», costantemente a disposizione di tutti e ovunque: «Senza barriere, gestibile, pluralista, economica» sono tutti aggettivi con connotazioni positive. Purtroppo, questo nuovo paradigma si basa su alcune fraintendimenti ingenui.


Digitalizzazione e competenze - un'indagine dal punto di vista del soggetto

Susanne Umbach, Universität Hamburg, Erik Haberzeth, Pädagogische Hochschule Zürich, EP 4/2018

Il progetto di ricerca "Competenza 4.0", condotto dai due professori di Formazione degli Adulti e Formazione Continua dell'Università di Amburgo e dell'Alta Scuola Pedagogica di Zurigo[1], affronta il tema, oggi quanto mai urgente, di come le modalità di lavoro vadano cambiando sulla spinta della crescente digitalizzazione e di quale significato tali...


Dove si studia il piacere

L'Università delle Scienze gastronomiche del Piemonte vuole nientedimeno che formare una nuova élite gastronomica. Una élite che non deve sapere solo cosa ha un buon sapore, ma che è anche un bene per il mondo.


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